Personaggi Famosi

Giovanni Botero

Un uomo dal carattere difficile, un letterato e un pensatore politico, ma soprattutto un personaggio che, nato con umili origini a Bene Vagienna, divenne in seguito uno dei principali filosofi di quel controverso periodo storico che va sotto il nome di Controriforma. Pur cagionevole di salute, fu spinto dalla sete di conoscenza a girare il mondo.
Esiste una grande incertezza circa la data di nascita di Giovanni Botero, anche se l'ipotesi più accreditata la colloca nel 1540. Con certezza, invece, si conoscono altri fatti importanti della sua vita: il dimissionamento dalla congregazione dei Gesuiti nel 1580, per via di alcune incomprensioni e del suo carattere; i soggiorni in Francia, a Milano e a Roma; nel 1599, il ritorno in Piemonte per diventare il precettore dei tre figli del duca Carlo Emanuele I di Savoia; la morte, avvenuta il 23 giugno 1617 a Torino.
Tra le sue numerose opere letterarie (trattati, poesie, prediche, apologie), spicca "Della Ragion di Stato", uscita in dieci volumi nel 1589, grazie alla quale diventò ospite abituale dei libri di filosofia, storia e letteratura.
Il pensatore di Bene Vagienna cerca di conciliare la morale con la politica: se per Macchiavelli la morale doveva subordinarsi agli interessi dello Stato, per Botero il sovrano deve perseguire i suoi fini politici attenendosi ai principi della morale e della religione. Per lui la politica non può fare a meno della "coscienza", espressione dei valori della Chiesa cattolica.
Accanto all'interesse per la politica, Botero coltiva anche quello per l'economia e la geografia: studia le caratteristiche particolari delle regioni, la vita degli Stati e delle città, spingendo il suo sguardo anche ai continenti extraeuropei, per capire i condizionamenti dei fattori geo-economici.
Così descrive Bene Vagienna: "Riguardevole per la fortezza del sito, per l'eccellenza dell'aria e per l'attitudine degli habitatori alle lettere e all'arme".

Beata Paola Gambara Costa

A Bene Vagienna è forte la devozione alla Beata Paola, beatificata il 14 agosto 1845 da Papa Gregorio XVI, e la cui storia merita di essere raccontata.
Primogenita di una nobile famiglia del bresciano, Paola nasce il 3 marzo 1473. Nell'ambiente nobiliare, fatto di lusso, feste, corteggiamenti e danze, la giovane si trova abbastanza a disagio, preferendogli la preghiera e la meditazione. Un giorno Bongiovanni Costa Signore di Bene (Bene Vagienna), Carrù e Trinità, durante una fortuita sosta nella casa dei Conti Gambara, genitori di Paola, favorevolmente impressionato dall'angelica fanciulla, decide di farla maritare col nipote Lodovico Antonio.
Il matrimonio, come sovente accadeva, viene rapidamente combinato e Paola, pur con qualche dubbio, si sposa nel settembre del 1485 all'età di dodici anni. Per lei, dopo un fastoso viaggio ed il solenne ingresso in Bene, inizia la vita coniugale: preghiere, penitenze, aiuti ai poveri contraddistinguono la giovane castellana. Uno stile di vita lontano da quello gaudente del superbo e iracondo marito, che ben presto, la umilia preferendole un'altra donna.
La fede e la mitezza della donna, però riusciranno a far breccia anche nel duro cuore di Lodovico.
Avvengono fatti miracolosi: botti di vino, che dopo essere state svuotate dai poveri, continuano ad essere stracolme; il pane, che Paola porta di nascosto ai bisognosi, trasformato in rose per evitarle le ire del marito; granai e dispense che si aprono miracolosamente dopo essere state chiuse dal Conte, contrario alle opere di carità della moglie. Tutti questi prodigi piegarono la dura resistenza dell'uomo che, dopo una grave malattia, nel 1505, si convertì e , pentito, iniziò una nuova vita al fianco della consorte. Nei suoi ultimi anni di vita, Paola proseguì la sua opera verso i poveri, sempre umile e attenta ai bisogni di tutti fin quando, dopo una serena agonia, il 24 gennaio 1515, concluse la sua fruttuosa vita terrena.
Nobile, mite, sposa a dodici anni e madre a tredici, umile, amata da tutti, questa, semplicemente, è la Beata Paola: una donna alla quale tanti, nelle difficoltà della vita, si sono rivolti con fede.
Le reliquie della Beata, subito venerate dal popolo, sono attualmente conservate nella chiesa di San Francesco, i cui frati furono sempre amici, consiglieri e confessori di Paola.

La Famiglia Costa

Di lontane origini chieresi, i Costa il cui primo avo fu un certo Bernardino, iniziano ad essere presenti in Bene dal 23 agosto 1413. In quell'anno infatti Ludovico, dopo aver acquistato i feudi di Cavallermaggiore e Arignano, nel 1409, e di Polonghera, nel 1411, acquista il titolo di signore di Bene dagli Acaja per 60.000 scudi. Nel 1416 aggiungerà anche quello di conte della Trinità.
Il primo Costa a fregiarsi di questo titolo sarà il figlio di Paola, Giorgio Maria, generale e ambasciatore di Emanuele Filiberto di Savoia.
Sempre nel Quattrocento i suoi feudi inglobaraono anche Carrù. Dopo i fasti il casato decadde, mentre Bene, ormai saldamente nelle mani dei Savoia, diventa Città, nel 1600, e Principato, nel 1763.
Nel 1990 l'ultima discendente diretta del Costa che fu Signore di Bene, Bianca Costa di Polonghera, scomparsa qualche anno fa, si dimostrò sensibile verso le opere di restauro della Cappella Gentilizia dei Conti Costa, che conserva le relequie della Beata Paola.
In occasione del termine dei restauri, Domenica 10 giugno 1990, alla presenza delle autorità e della Contessa Bianca, Bene tornò per un giorno a quei fasti lontani: il mondo della Signoria dei Costa venne infatti rievocato con un corteo storico composto da duecento personaggi in costumi dell'epoca.
Nel 1986, in occasione del cinquecentesimo anniversario della venuta di Paola a Bene, si era già svolta un'analoga rievocazione.

Giuseppe Oreglia di Santo Stefano
Nato a Bene Vagienna il 27 marzo 1823, fratello del cardinale Luigi, fu tra i fondatori de "La Civiltà Cattolica", nota e prestigiosa rivista dei gesuiti italiani, fondata a Napoli nel 1850.
Letterato di impegno, scrisse per quarant'anni sulla nota rivista, della quale fu anche per qualche anno direttore, dedicandosi alla cronaca contemporanea, ai libri e a polemizzare coi periodici d'idee liberali e anticlericali.
Mantenendo fede al quarto voto della Compagnia di Gesù, fedeltà e servizio diretto al Papa, identificò nella massoneria il vero nemico della Chiesa. Partendo da queste convinzioni, maturate dopo il trasferimento (1871) nella Roma del dopo Porta Pia, iniziò una serie di studi sui frammassoni, sui loro rituali e statuti, sui loro rappori con la cabala ebraica, analizzando anche la figura di Giovanni Pico della Mirandola.
Altri progetti lo interessavano, ma su insistenza dei medici abbandonò Roma e si traferì, in cerca di un'aria migliore per la sua salute, a Chieri.
La sera del 29 ottobre 1895 l'erudito padre Giuseppe quietamente si spense nella città torinese, dove, in quell'ormai lontano 10 agosto 1842, diciannovenne che abbandonava il mondo per seguire Cristo, era stato accolto come novizio nella Compagnia di Gesù.
Luigi Oreglia di Santo Stefano

Nacque a Bene Vagienna il 9 luglio 1828, fratello minore di Giuseppe, "Sacerdote irreprensibile" come ebbe a definirlo Don Bosco (che degli Oreglia era amico e di cui frequentava la casa), fu tra i cinquantatrè prelati elettori di Papa Leone XIII (1878) pontefice che dette grande impulso alla cooperazione cattolica dalla quale nasceranno anche le Casse Rurali.
Dopo gli studi teologici a Torino, terminò la sua formazione religiosa a Roma. Particolarmente portato per lo studio, apprese il tedesco e altre lingue, entrò in prelatura ed iniziò la carriera diplomatica come internunzio: fu inviato prima all'Aia, in Olanda, e poi in Portogallo.
Tornato a Roma, venne nominato Cardinale da Pio IX il 22 dicembre 1873, per poi divenire prefetto della Sacra Congregazione delle indulgenze e sacre reliquie.
Uomo dalle nobili maniere, ricordava Don Bosco "egli va adagio ad imporsi in qualche affare, ma quando spende una parola non bada più a fatiche e disturbi purchè riesca bene". Un giudizio lusinghiero, dato da un biografo d'eccezione, per questo benese capace di onorare la sua terra anche se la fede e il servizio alla Chiesa l'avevano portato lontano.

Giuseppe Assandria
Nato a Bene Vagienna il 22 luglio 1840, laureato in Chimica all'Università di Torino. Sposo felice, padre affettuoso di tre bambini, nonno capace di far divertire i nipoti. Studioso eccellente in diversi campi del sapere: archeologia, storia, numismatica, biblioteconomia, botanica, genealogia; discipline nelle quali seppe dare un contributo sempre nuovo ed originale, legandosi alle vicende storiche della sua terra.
Sindaco di Bene Vagienna dal luglio 1884 al luglio 1889. Ricoprirà anche tra il 1907 e il 1914 la carica di Consigliere Provinciale, eletto nel mandamento di Bene Vagienna. Troppo diversi erano i ritmi, e le soddisfazioni, della politica per preferirla allo studio e alla ricerca. Questo un sintetico ritratto.
Proprio alla sua terra, in senso non solo metaforico (fu lui che fece emergere le rovine di un'antica città che si credeva perduta: Augusta Bagiennorum), è legata la sua fama.
Avendo fatto l'apprendistato leggendo i resoconti delle grandi imprese archeologiche, fu una soddisfazione diventare interprete in prima persona di uno degli affascinanti capitoli della storia dell'archeologia.
Oltre alla ricerca sul passato della sua città, egli intendeva testimoniare che essa meritava considerazione anche per le epoche successive: nascevano così altre ricerche. Quella sugli antichi Statuti del libero comune, pubblicati a Roma nel 1893 e, pochi anni dopo, quella sull'arte e i tesori delle chiese della sua città, che darà vita al fondamentale "Le memorie storiche della Chiesa di Bene". Un ideale percorso della memoria storica, che portava dall'antichità all'attualità, realizzato con accurati studi che non trascurarono di occuparsi anche dei più importanti casati del luogo.
Dagli scavi archeologici che rimangono il suo indiscusso capolavoro, ricavò anche insieme all'amico Vacchetta, un prezioso Museo Civico; nella sala romana vennero collocati i reperti rinvenuti, esposti in vetrine pensate dall'Assandria sul modello di quelle del Museo Egizio del Cairo.
Alla passione per la raccolta dei reperti archeologici, unì quella per i libri: una biblioteca di dimensioni notevoli (5000 volumi) costituiva il suo angolo rifugio per dedicarsi allo studio. Vasti, come vasti erano i sui interessi, gli argomenti trattati nei testi: un vero e proprio tesoro culturale attualmente conservato nei locali della Banca, che custodisce anche l'importante archivio dell'Assandria.
Sensibile allo studio ed al passato della sua città, egli non ne dimenticò i problemi: l'epidemia di colera, l'isolamento ferroviario, una certa povertà della sua economia. Problemi che cercò di risolvere, come accadde con l'epidemia di colera, attraverso i valori del solidarismo o, per quelli economici, accetando di far parte dei Soci fondatori della nascente Cassa Rurale.
Autore di numerose pubblicazioni, morì il 5 maggio 1926, prima di veder stampato il suo studio dedicato a, Giovanni Botero.
Giovanni Assandria, fu una personalità illuminata che profuse le sue doti personali e finanziarie a favore della collettività: un uomo capace di dialogare con tutti, compresa "la gente modesta che si rivolgeva a lui, al Commendatore, per aiuto e consiglio".
Giovanni Vacchetta
Nato a Cuneo nel 1863, di antica famiglia benese, dopo gli studi all'Istituto Tecnico di Cuneo e all'Accademia Albertina di Torino si mise in luce per la sua abilità nel disegno tecnico. Insegnante al Museo Industriale e al Politecnico di Torino, artista liberty, designer, fu anche esperto d'arte ed uno storico particolarmente attento alla conoscenza ed alla conservazione dei beni culturali della provincia "Granda".
Al Vachetta si deve la materiale realizzazione dei disegni e della planimetria del sito archeologico di Augusta Bagiennorum. Morì incidentalmente nel 1940.
Pietro Gazzera
Nato a Bene Vagienna l'11 dicembre 1879 intraprende fin da giovanissimo la via dell'Accademia Militare di Torino. Brillante e tenace si distingue subito tanto che, nel 1903, entra nello stato maggiore.
Prende parte alla guerra italo-turca del 1912, al termine della quale diventa colonnello, grado con cui si mette in luce nella Prima guerra mondiale ed ottiene la decorazione dell'Ordine Militare di Savoia.
A questo punto, il cammino della storia e quello del colonnello Gazzera si incrociano: il Capo di Stato Maggiore dell'esercito Italiano, Generale Armando Diaz, lo delega alla conclusione dell'armistizio con gli austriaci. L'atto che sancisce la fine del conflitto, ratificato il 3 novembre 1918 a Villa Giusti - Padova, porta la firma di Pietro Gazzera.
La sua scalata ai vertici della gerarchia militare non si arresta: per meriti eccezionali diventa generale, e dopo una missione in Albania negli anni '20, nel 1929 viene nominato ministro della guerra. Gazzera si dimostra, come nelle sue abitudini, un uomo efficiente: cerca di migliorare l'esercito e ne potenzia le unità mobili. Nel 1933 viene allontanato dal ministero e l'anno seguente diventa Senatore del Regno.
Nel 1940 all'ormai anziano generale viene affidato il governatorato del Galla e Sidamo, nell'appena conquistata Etiopia. Anche in quest'occasione, per l'ultima volta combatte egregiamente contro gli Inglesi. Una lotta logorante, conclusasi con la resa il 5 luglio 1941: le truppe del Gazzera ottengono dagli Inglesi l'onore delle armi.
Il Generale è anche autore del libro "Guerra senza speranza", un'analisi dettagliata e senza retorica dei motivi per cui tecnicamente l'Italia non avrebbe potuto che perdere la guerra.
Morì a Ciriè il 30 giugno 1953.

 

Dal libro: "Da Bene Vagienna alla Granda - Storia, Arte, Economia" 1997, Paravia - Torino, pubblicato in occasione del centesimo anniversario dalla Fondazione della Banca di Credito Cooperativo di Bene Vagienna.