Bene Vagienna

Territorio


 

 

 

 

Antico stemma del Comune

 

 

 

Vista sugli scavi archeologici di Augusta Bagiennorum

 

 

 

 

Bancarelle nel giorno di mercato

 

Tra la Francia meridionale e la pianura Padana esisteva, tra il III e il II secolo prima di Cristo, una zona non ancora soggetta, di fatto, al dominio romano: selve e acquitrini la ricoprivano mentre un popolo indipendente e guerriero l'abitava.
Questa vasta area, sita tra Alpi, Tanaro e Po, all'incirca i due terzi dell'attuale provincia di Cuneo, era il territorio dei Liguri Bagienni o Vagienni, una popolazione di origine iberica: genti dedite alla caccia, alla pesca e alla pastorizia che combatterono aspramente prima contro gli invasori Cartaginesi e poi con i romani.
La forza delle legioni era però inarrestabile e questi popoli, per non scomparire, accettarono di essere assoggettati, integrandosi poi con i coloni che dall'Italia centrale erano giunti fin quassù. Ottaviano Augusto, primo imperatore romano, dividendo l'Italia in undici regioni, pensò bene di chiamare quella a sud del Po, la nona, col nome di "Liguria", inviandovi i suoi veterani, ai quali doveva assegnare, secondo la tradizione, delle terre da coltivare.
Trasformare dei soldati in pacifici contadini non era certo facile, ma Ottaviano, forse un po' sognatore, ci provò facendo sorgere, nelle terre scarsamente popolate del Piemonte meridionale, dei nuovi centri in grado di accogliere i legionari giunti da Roma.
Fu così che, attorno al 4 a.C., venne edificato un "oppidum", piazzaforte o città, più avanzato di "Pollentia" (Pollenzo di Bra), in grado di essere un avamposto verso le Alpi, ancora abitate da popolazioni non romanizzate: era nata "Augusta Bagiennorum". In una zona pianeggiante, tra la Stura di Demonte e il Tanaro, sorse la nuova città dei Vagienni, sempre più assimilati ai coloni romani, posta al centro di un sistema viario ideale per i traffici commerciali. Oltre ad una serie di strade minori, partivano da "Augusta Bagiennorum" tre vie di comunicazione di notevole importanza: una si dirigeva a nord, in direzione di "Augusta Taurinorum" (Torino) e di "Augusta Salassorum" (Aosta), per poi valicare le Alpi in direzione delle terre germaniche; la seconda puntava su Pedona (Borgo San Dalmazzo) per poi condurre a Ventimiglia, Nizza o, attraverso la valle stura, al Delfinato; la terza era quella che andava verso il mare, la quale, dopo aver costeggiato il Tanaro, giunta a Lesegno, si divideva in due rami: uno scendeva al porto romano di vado, l'altro puntava su Albenga. Al IV secolo dopo Cristo risalgono le prime tracce della decadenza di questo centro: spopolamento, debolezze di un economia senza opifici, perdita di importanza delle sue strade e dei sui traffici. Nel 402, anno della grande battaglia tra Stilicone, generale romano di origine barbarica, e i Goti di Alarico, "Augusta Bagiennorum" viveva ormai da tempo, in prima persona, quel lungo periodo di decadenza dell'Impero Romano d'Occidente, sempre più prossimo alla fine ...

Abbandonata e spopolata, la città nata con Roma, con essa moriva. Tra il V e il VI secolo passarono le orde barbariche portando stragi, morte, distruzione e schiavitù. Le strade, vanto della "civitas romana", erano ormai ridotte ad acquitrini impraticabili ed insicuri. La popolazione immiserita e spaventata. Come l'Araba Fenice che risorge dalle proprie ceneri anche l'antica capitale dei Vagienni risorse. In alto, in una località salubre e sicura, situata alla confluenza dei torrenti Mondalavia e Cucetta, sorsero le prime case del futuro borgo di Bene (derivazione dell'antica Bagienna). Da qui i Vagienni superstiti potevano vedere le rovine della loro antica e gloriosa città, mentre il nuovo agglomerato s'ingrandiva e si fortificava. Impercettibili furono, nei secoli, i segni della presenza dei Longobardi, quasi tali quelli dei Franchi.

La fine del sogno di Carlo Magno segnò anche l'inizio di una serie di lotte per il potere. Tristi fatti di sangue sui quali stendere un velo, lasciando trasparire, per quanto riguarda la nostra storia, soltanto Ludovico III il Cieco re di Provenza, chiamato in Italia dai nemici di Berengario I. Incoronato imperatore nel 901, Ludovico, con un diploma, concesse ad Eilulfo vescovo d'Asti "l'Imperial Corte di Bene sita presso la Pieve dello stesso luogo appartenente al di lui episcopato, avente per misura cento mila jugeri, con castello circondato di mura ed acquedotto". Il territorio assoggettato al dominio vescovile si estendeva poi attorno al borgo con una superficie complessiva di 7500 ettari. ...

Ludovico, meritorio per aver concesso, il 18 giugno 902, questo documento che attesta la seconda nascita di Bene, finì tristemente la sua avventura imperiale: il suo avversario Berengario lo sconfisse pochi anni dopo, lo accecò e lo rimandò in Provenza. Passata la paura dell'anno Mille il mondo, come ebbe a scrivere il monaco borgognone Rodolfo il Glabro, si coprì "di un bianco mantello di chiese". Anche a Bene si sentirono i positivi influssi del nuovo millennio: la popolazione aumentava e la città, luogo fortificato di fondamentale importanza per il Vescovo di Asti nel basso Piemonte, acquisiva lo status di una piccola capitale. I rapporti con il Vescovo astense, regolati da una serie di Statuti e concessioni, iniziarono ad incrinarsi tra la fine del XII e l'inizio del XIII.
Asti era una città dai forti traffici commerciali; i comuni desideravano anch'essi intraprendere la via della rinascita economica e dell'indipendenza amministrativa. Accordarsi non era certo facile! Guerre e guerricciole, leghe e alleanze tra i vari comuni più o meno liberi, scomuniche dell'autorità ecclesiastica non proprio entusiasta di quest'ondata d'improvvisi bisogni di indipendenza. Sta di fatto che anche Bene, nell'anno 1293, poté avere anche i suoi "Capitula et Statuta Comunitatis Baennarum". Allora Bene faceva alleanze e guerre ed era trattata alla pari dei maggiori comuni e principati dell'Alto Piemonte. Gli statuti sciolgono gli ultimi legami feudali, anche se la vita delle nuove entità sociali non è poi così facile. Troppo deboli i liberi comuni. Cuneo per prima guardò oltralpe. Carlo d'Angiò, figlio del re di Francia, parve la persona giusta per tutelare il comune dalle mire egemoniche della solita Asti e di Saluzzo. Quel signore potente, chiamato però dai cittadini, avrebbe tutelato l'autonomia interna del comune: era il 1259, breve primavera comunale, che presto avrebbe imboccato il viale del tramonto. Savoia e Visconti sono due nomi conosciuti, due casati protagonisti della storia italiana. Difficile per i comuni, una volta indebolitisi gli angioini, resistere ai loro disegni di espansione. Nel lungo processo di sistemazione territoriale, che vedrà i Savoia aprirsi la strada verso il mare, Bene verrà ben presto attirata nell'orbita sabauda. Dopo un lungo assedio al castello, svoltosi con vari assalti e moltissime scaramucce, Amedeo di Savoia Principe d'Acaja conquistò la città di Bene. Il Vescovo di Asti venne dimenticato. Nel 1389 il Principe concesse alla comunità una serie di privilegi e poi anche un vassallo come signore: nel 1413 la città venne data in feudo al luogotenente generale dell'esercito di Ludovico d'Acaja, ultimo del ramo: iniziava con Ludovico Costa di Chieri il lungo periodo di dominio di questa famiglia. Nell'autunno del Medioevo, anche la foglia di Bene si staccava dall'albero dei liberi comuni e lentamente si depositava al suolo senza vita.

Il periodo sotto i Costa portò la città, grazie ai lavori fatti per impostarne la configurazione urbanistica, a delinearsi secondo quella che è ancor oggi la sua conformazione. Un momento di una certa prosperità e con dei miglioramenti dal punto di vista agrario, grazie ad importanti opere di dissodamento e d'irrigazione. Ma il Piemonte, tristemente, era una terra di conquista, un insieme di brandelli di territorio da permutare, una pedina sulla scacchiera dello scontro per l'egemonia europea tra l'imperatore Carlo V e il re di Francia Francesco I. A Bene arrivarono i francesi, che nel 1538 dettero una mano al conte Giovanni Ludovico Costa per fortificare la città: un cantiere che, sulla base dei disegni del vicentino Francesco Horologi, la trasformò in un'autentica piazzaforte, presidiata da un contingente francese. Se sull'impero di Carlo V non tramontava mai il sole, questo tramontò per i Costa, che al ritorno dei Savoia dopo la pace di Cateau-Cambrésis del 1559 vennero inviati da Emanuele Filiberto a fare un piccolo scambio: lasciare Bene al duca, in cambio di altri due piccoli contadi. "Liberata", dalla signoria dei Costa, dopo aver pagato 12.000 scudi d'oro a Emanuele Filiberto, la città entrò nel progetto accentratore del duca, che tendeva ad eliminare tutti i particolarismi locali.

Iniziò così a seguire le vicende di casa Savoia, divenendo una piazzaforte di primaria importanza strategica. Nel seicento la peste, alla quale immediatamente si associa il nome di Alessandro Manzoni, giunse alle porte della città e li si arrestò. Il contagio non entrò all'interno delle mura, preservate, fu la spiegazione, dall'intercessione della Beata Paola Gambara Costa. La notizia di quest'isola felice portò a Bene alcuni illustri residenti, in fuga dal contagio. In quello che è stato efficacemente definito "il secolo di ferro" Bene patì anch'essa sulla propria pelle la cruenta guerra dei Trent'anni: nel 1641 i francesi, ancora una volta presenti in Piemonte, l'assediarono e poi la misero a ferro e fuoco. Finì la peste e finì la guerra.

Vista dell'Antica Bene Vagienna

Per la città iniziò un periodo d'oro culminato, nel 1763, con l'erezione a Principato, a capo del quale Carlo Emanuele III pose suo figlio, il duca del Chiablese. La città si trasformò. Sorsero edifici pubblici nuovi. Seguendo i dettami del Barocco, molti edifici vennero ad esso adattati: sfarzo, stucchi, arredi, suppellettili, magnificenza e imponenza queste le nuove caratteristiche. La città medioevale, purtroppo , veniva ricoperta dal nuovo gusto, che ne cambiò profondamente l'aspetto. Ne sono la prova la Parrocchiale ultimata nel 1659, la Chiesa di San Francesco terminata lo stesso anno per la parte muraria e nel 1718 per le decorazioni e gli stucchi, i Cappuccini verso il 1650, il Palazzo Municipale nel 1728, la Confraternita di San Bernardino nel 1721, chiesette e oratori vari tra cui, quello dell'epifania o dei Magi, molti palazzi signorili dell'epoca della reggenza di Madama reale (Palazzo Magistrati, già dei Garezzo di Castelbosco, Palazzo dei Marchesi del Villar poi dei Sicca ora sede della Banca, Palazzo Giriodi di Monastero, già degli Oreglia di San Stefano, Palazzo lucerna di Rorà già degli Oreglia di Novello, ecc.). Rimangono a testimonianza visibile dell'opulenza barocca gli sfarzosi e ridondanti arredi e suppellettili disseminati non soltanto nelle numerose chiese di Bene, ma anche nelle abitazioni private. Dopo duemila anni a Bene tornano le aquile imperiali: non più quelle di augusto provenienti da Roma, ma quelle, di durata più effimera, portate da un generale corso di nome Napoleone Bonaparte. Durante la campagna d'Italia, nel 1796, fu anche ospite di Bene, accolto nell'antico palazzo Oreglia di Novello e poi dei Lucerna di Rorà, attuale sede del Museo Civico. Un condottiero che proprio con la sua prima campagna, terminata con l'armistizio in un'altra capitale secondaria com'era la vicina Cherasco, aveva iniziato la sua folgorante ascesa "dalle Alpi alle Piramidi". Annessa alla Francia, come tutti i possedimenti dei Savoia, anche Bene, prima della Restaurazione, subì danni al suo patrimonio artistico: chiese requisite e destinate ad usi civili; mobili e biblioteche vendute all'asta e disperse. Nella seconda metà dell'Ottocento il Consiglio Comunale attribuisce alla città l'aggiunta del titolo di "Vagienna" in ricordo dei sui antichi abitanti. Verso la fine del secolo la storia di Bene Vagienna registrò due tragiche sciagure: un'epidemia di colera, che già aveva funestato la provincia di Cuneo, e una scossa di terremoto, che causò ingenti danni. Un periodo difficile, che rallentò i tentativi della cittadina di uscire dall'isolamento nel quale il secolo che stava finendo l'aveva scaraventata. La storia di Bene, finito il Regno d'Italia, diventerà poi, dal 1946, storia della Repubblica Italiana.

Immagine d'epoca raffigurante lo Sferisterio

Il Mondalavia scorre. Il tempo passa. Bene Vagienna rimane. Cambia, certo, tutto cambia, ma rimangono saldi ed inconfondibili alcuni tratti di questa città. L’asse Piazza Martiri - via Roma - piazza Botero: la spina dorsale.
I portici medioevali: il cuore.
Il notevole patrimonio artistico-archeologico: la mente.
La devozione alla Beata Paola, la cui ricorrenza si celebra il 24 gennaio: l’anima. Tanti aspetti che caratterizzano questa cittadina, vicina alla ferrovia e all’autostrada, ma immersa in un universo tutto suo. Dall’altipiano, dove si colloca il casello di Fossano della Torino-Savona, si scende verso questa piana e là, in basso, si scorgono i tetti e i campanili di Bene Vagienna. La strada è quella di Langa. Il traffico dell’autostrada è lontano. Qui, a pochi passi dalle industrie del fossanese, il mondo scorre con ritmi diversi. Sicuramente si vive meglio. Ci si trova sotto i portici alla domenica mattina. Si parla, ci si conosce quasi tutti. Si vive ancora circondati da valori e certezze: la piazza, i portici, la chiesa, i negozi abituali, il bar, la banca.

Immagine d'epoca raffigurante la Parrocchia

Passeggiando sotto gli artistici portici si nota la redazione del “Vagienna”, il mensile locale che rappresenta la voce degli abitanti della cittadina, e poco oltre una deliziosa pasticceria. Entrati in questo locale, si scoprono sapori d’altri tempi e profumi di un mondo che fu, nel quale abbondavano genuinità e semplicità. Qui batte un po’ di quel cuore di Bene. Qui si trovano intatte le sue tradizioni. Curiosando tra gli espositori, posti nella vetrina che si apre su Piazza Botero, si ritrovano i dolci più caratteristici di Bene Vagienna: la “Torta del Cardinale”, gli “Amaretti del Presidente”, la “Polenta del Re”. Tutti, inutile dirlo, sono deliziosi e hanno la loro storia. Una storia che è nata qui, una storia che è bello narrare. Gli anziani, intenti a chiacchierare sotto i portici, raccontano che al Cardinale Luigi Oreglia di Santo Stefano, quando tornava nella sua città natale, venivano offerte diverse specialità locali. Una in particolare, era quella che incontrava maggiormente il favore del prelato: una torta di nocciole, detta per questo “del Cardinale”. Un dolce genuino e raffinato, preparato secondo una ricetta antica. Legata ad una visita, avvenuta negli anni cinquanta, del Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi che ben conosceva queste zone, è la storia degli amaretti. Durante il consueto ricevimento l’Einaudi, da buon piemontese, apprezzò un’antica specialità della Pasticceria Fessia: gli amaretti alla vaniglia. Prontamente i dolci locali vennero ribattezzati “del Presidente”. Visto che le visite di Presidenti non sono poi tanto frequenti, si pensò di non lasciare solo alla memoria il ricordo di questi dolci squisiti. La ricetta fu così trasmessa ed oggi tutti possono gustare ed apprezzare gli Amaretti. La “Polenta del Re”, infine, prende il nome dalla farina usata per farla: quella di granoturco, che solo i re potevano permettersi. Bene non è solo una città “dolce”, ma è anche operosa: agricoltura e artigianato, sono le basi di un’economia solida, fatta di aziende che investono, nella quale si sono sviluppate realtà industriali. …

Territorio 

In parte tratto dal libro: "Da Bene Vagienna alla Granda - Storia, Arte, Economia" 1997, Paravia - Torino, pubblicato in occasione del centesimo anniversario dalla Fondazione della Banca di Credito Cooperativo di Bene Vagienna.